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Collezionisti di confini

Cosa resta quando i confini si sfaldano?

“Fermati o troverai te stesso.” Non ho ascoltato Tiresia. Ho continuato a scavare.
Collezionisti di Confini è il risultato di quel lavoro sotterraneo. Un ibrido, una raccolta di racconti, poesie, visioni e allucinazioni.

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Collezionisti di Confini è un viaggio nell’ombra. Un’antologia di racconti e poesie che scava nelle profondità dell’anima, tra frammenti di realtà e delirio, tra orizzonti perduti e sogni infranti. Non è una semplice raccolta letteraria, ma un labirinto esistenziale, un catalogo di smarrimenti.

Il lettore viene trasportato in uno spazio incerto e onirico, dove le identità si sgretolano e il tempo si dissolve. Ogni testo è un confine da oltrepassare, ogni poesia un sussurro che arriva da un altrove dimenticato. Il viaggio parte dal “ticchettio della sveglia”, attraversa autobus fantasma diretti verso un “Futuro Approssimato”, foreste infestate da bambini demoniaci, ospizi governativi che sembrano simulatori dell’aldilà, e termina in visioni che mescolano orrore, rassegnazione e una scintilla di romanticismo crepuscolare.

A metà tra il sogno lucido e l’incubo collettivo, “Collezionisti di Confini” è un’esperienza che sfida le definizioni: racconto distopico, prosa poetica, realismo magico, speculazione sociale, sarcasmo nichilista. Una costellazione di voci, a volte grottesche, altre volte struggenti, che parlano di fallimento, identità, alienazione, paura, amore, morte e redenzione. Il tutto intriso di un’ironia tragica e velenosa che non consola, ma punge.

L’autore gioca con le maschere della letteratura e della realtà. Il protagonista (a volte un uomo in carriera sull’orlo del collasso, a volte un immortale inseguito dai suoi peccati) ci guida in un mondo disintegrato, dove anche il tempo è un’illusione e persino la salvezza ha un retrogusto di menzogna.

Collezionisti di Confini è un libro che non cerca risposte, ma rilancia domande. Non offre soluzioni, ma spalanca finestre su abissi familiari. È per chi ha il coraggio di guardare oltre il bordo, di attraversare le crepe, di collezionare – appunto – i propri confini.

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Pensieri. Frammenti. Commenti di chi ha letto “Collezionisti” e ha avuto la gentilezza di condividerle con me… con noi.

“che dire? un libro NON comune. Inizialmente mi sembrava un pò caotico ma poi col passare delle pagine la lettura mi ha sempre più incuriosito, appassionato e coinvolto.
Una piacevole sorpresa una bella scoperta fuori dagli schemi.”
Marco 70 [Recensione su Amazon]

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L’approfondimento del mese…

La solitudine

In Collezionisti di confini la solitudine non è una condizione emotiva.

È una forma di esistenza.

I personaggi non sono soli perché abbandonati: sono soli perché incapaci di condividere davvero ciò che sono. Ogni incontro è mancato, ogni dialogo scivola in monologo, ogni presenza resta opaca. La solitudine diventa così uno spazio interno, un luogo chiuso in cui la coscienza si scontra con sé stessa senza trovare appigli. Anche quando gli altri sono fisicamente presenti — come nell’autobus — rimangono irraggiungibili, quasi appartenessero a piani diversi della realtà. In questo senso, la solitudine non è assenza di relazioni, ma impossibilità di relazione autentica. È un confine invisibile, forse il più invalicabile di tutti, che non separa i corpi, ma le esperienze.

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La poesia del mese…

Perdita

Chissà se tornando indietro insieme,
saremmo in grado di trovare
l’esatto punto in cui ci siamo persi.

Chissà se esiste un momento,
un evento,
una frase che ha strappato la maschera
e ci ha riportati sulla terra.

Chissà se riconoscendo l’attimo,
avremmo voglia di dimenticare
e di uscire dalla nostra fortezza,
di smettere di recitare la nostra parte,
di spegnere la luce e provare a guardare
con gli occhi dell’altro.

Chissà se una vita è sufficiente
Per tutti questi errori,
e se tutta questa sofferenza
ha davvero un senso.

Collezionisti di confini